LAVORO AMMINISTRATIVO

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  • Dr. Francesca Colica
    Dr. Francesca Colica    Group moderator
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    Grandi assenze per l'arte contemporanea
    Ma quanto è difficile comunicare l’arte contemporanea!

    Grandi mostre mezze vuote, concerti di musica contemporanea snobbati, teatro d’avanguardia relegato in piccoli teatrini sperimentali di provincia. Non è facile comunicare la produzione artistica contemporanea, le ultime sperimentazioni della musica atonale, istallazioni di giovani artisti ancora sconosciuti. A volte il problema tocca anche strutture architettoniche già note e consolidate, magari inaugurate tra il clamore dei media.

    Eppure assistiamo a un fiorire in tutta Italia di fiere d’arte, mostre eventi, festival di musica, di libri e di cinema. La cultura è oramai percepita da molte amministrazioni come leva di promozione del territorio e per questo cercano privati che possano essere partner di progetti artistici anche molto ambiziosi. Tuttavia, lo sforzo comunicativo per lanciare un nuovo museo, una nuova mostra o un festival culturale è imponente.

    E poi si sa i costi sono spesso troppo elevati rispetto alla risposta di pubblico. Lo ha spiegato qualche giorno fa Pierluigi Panza sul Corriere della Sera: “I musei italiani di arte contemporanea iscritti all'Amaci (Associazione musei d' arte contemporanea italiani) sono 26, ai quali si aggiungono molte fondazioni private, come la Re Rebaudengo a Torino e Pomodoro a Milano. Questi musei raggiungono circa un milione di visitatori all' anno, contro i 34 milioni dei musei e aree archeologiche italiane”. In altre parole, i visitatori che affluiscono a tutti i musei di contemporanea sono un terzo di quelli che visitano il Colosseo. Sembra che i biglietti coprano solo il 22% degli introiti complessivi. Il resto dei fondi li mettono le istituzioni, Comuni e Regioni in primis, e qualche rara volta i privati.

    La risposta a questo problema è questa: basta puntare su spazi nuovi per l’arte contemporanea, che spesso offrono solo sovvenzione ai mercanti d’arte, puntiamo su musei e istituzioni con indubbio valore storico. È una proposta di Robert Hughes, uno dei massimi critici d’arte del mondo, ma sembra avallata da molti critici italiani. Insomma il pubblico pensi alle opere ormai note e storicizzate, se i privati vogliono finanziare il contemporaneo facciano pure.

    Questo a nostro parere è un discorso pericoloso, perché ogni epoca dovrebbe seguire e sostenere quanto gli artisti esprimono e realizzano. Le opere ci sono. La creatività non manca. Il problema, semmai, riguarda altri fattori. La comunicazione inadeguata. La scarsa preparazione del pubblico. La poca abitudine o disponibilità a venire colpiti, sopraffatti, dalle stranezze dell’arte di oggi. La risposta più diffusa è “non la capisco”. Come se ci si dovesse sentire in colpa quando un’opera non piace. Lasciarsi trascinare dalle emozioni sembra un delitto. Come se avessimo sempre bisogno di un’istituzione accreditata che ci dica se quel quadro o scultura valga o meno il nostro coinvolgimento emotivo.

    Sulla comunicazione inoltre c’è davvero una bella sfida sul tappeto. Tutti saprebbero riempire Palazzo Grassi con Picasso o Dalì. Farlo con Italics, la mostra attuale sull’arte italiana dal '68 ai giorni nostri, è ben più difficile. Eppure anche lì si può giocare su alcuni nomi più famosi, da Burri a Pistoletto. Basterebbe la schiera di cadaveri ricoperti di lenzuola marmoree realizzati da Cattelan e disposti al centro del palazzo o il curioso sito interattivo in modalità touchscreen a fornire quel grande impatto che possa incuriosire il pubblico e riempire le sale. Ma quanti lo sanno? Marina Bellini nella sua intervista fa intuire quanto sia difficile promuovere l’arte con ogni strumento, da second life ai blog ai percorsi creativi per i bambini. Compito difficile, ma anche affascinante e lo si legge dall’entusiasmo con cui ne parla la direttrice di MuseinComune 2.0.

    Forse la forza sta veramente nei progetti educativi per i bambini. Abituarli allo stupore, a interrogarsi sul senso, a esprimersi sulle loro sensazioni davanti all’arte, può essere un’esperienza bellissima anche per chi il percorso didattico lo conduce. Ma quanti insegnanti hanno tempo e possibilità economiche di aggiornarsi? Quanti possono permettersi di portare la famiglia a teatro, o al cinema o a una mostra nel fine settimana? Quanti giornalisti hanno tempo libero e soldi da spendere per aggiornarsi prima di recensire delle mostre o degli spettacoli, ammesso che vi sia ancora spazio oltre alle semplici segnalazioni prima delle inaugurazioni?

    E da queste riflessioni si torna al problema di scelte difficili per gli amministratori, messi in condizione di destinare investimenti in cultura e turismo che avranno forse i loro frutti in un futuro tutt’altro che immediato. E su questi temi dovranno interrogarsi anche i relatori delle Città della Cultura che si riuniranno a Torino a fine febbraio.

    Giorgia Iazzetta

    Fonte http://www.comunicatoripubblici.it
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    ALESSIO COGHE
    (not a XING member)
    Re: Grandi assenze per l'arte contemporanea
    Ciao Francesca, la situazione che esponi è reale e congenita da troppe generazioni in questo paese che era e sottolineo era, di santi, poeti, navigatori e fini artisti...

    Adesso affidiamo le grandi opere che dovrebbero essere artistiche ed elevare il gusto per l'arte a newyorkesi, che decontestualizzando totalmente la forma da ciò che hanno attorno riescono a sfornare un prodotto degno della più bieca cultura da Mcdonald (ogni riferimento all'Ara Pacis è puramente voluto)...

    Nessuno mi convincerà mai che se adesso abbiamo certe brutture poi dobbiamo chiedere al popolo di andare alle mostre? Quali mostre? Quelle tenute dentro teche miliardarie, cioè costate miliardi per deturbare l' arredo urbano (e anche per un altro chiaro motivo, che mi astengo dal dire) di una città millenaria?

    La realtà è che si è perso di vista il gusto per il bello. L'estetica si dovrebbe insegnare a scuola, insieme all'etica. Entrambi valori altissimi che ci siamo persi per strada.

    Buona cultura a tutti si potrà dire solo se ci sarà un ripristino della cultura buona. Possibilmente senza k.

    ALX