Davide Romano

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Davide Romano

Editore, Direttore editoriale, Giornalista, Responsabile Ufficio Stampa e Pr.

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Recensioni di alcuni miei libri:

Arriva in libreria: "Inganno Padano. La vera storia della Lega Nord" di Fabio Bonasera e Davide Romano,
Prefazione di Furio Colombo, Edizioni La Zisa, pagg. 176, euro 14,90
http://www.lazisa.it


Da oltre vent’anni la Lega Nord fa parte stabilmente del panorama politico italiano. Tutti ne conoscono i principali leader, i programmi, le parole d’ordine, la balzana simbologia. Sono pressoché ignoti, invece, taluni aspetti poco virtuosi che la pongono sullo stesso piano delle peggiori consorterie politiche della cosiddetta Prima Repubblica. Questo libro racconta alcuni retroscena volutamente sottaciuti attraverso le testimonianze di coloro che hanno creduto, all’inizio, alle idee moralizzatrici di Umberto Bossi, per staccarsene successivamente quando dalla propaganda si è passati alla gestione del potere. Diventano altresì chiare le ragioni di fondo che stanno alla base del patto d’acciaio che unisce la Lega al partito-azienda di Silvio Berlusconi.



Fabio Bonasera (Messina, 1971), giornalista professionista. Gli esordi professionali nella sua città natale, al Corriere del Mezzogiorno, dopo qualche breve esperienza in alcuni periodici locali. Successivamente, il trasferimento in Veneto, al Corriere di Rovigo, prima di approdare alla corte de Il Gazzettino, dove rimane per diverso tempo, occupandosi prevalentemente di cronaca bianca e politica. Attualmente, è direttore responsabile del mensile di Patti (Me) In Cammino.



Davide Romano (Palermo, 1971), giornalista pubblicista. Ha lavorato per molti anni nell’ambito della comunicazione politica. Ha scritto e scrive per numerose testate ed è stato anche fondatore e direttore responsabile del bimestrale di economia, politica e cultura Nuovo Mezzogiorno e del mensile della Funzione Pubblica Cgil Sicilia Forum 98. Ha pubblicato, tra l’altro: Nella città opulenta. Microstorie di vita quotidiana (2003, 2004), Piccola guida ai monasteri e ai conventi di Sicilia (2005), Il santo mendicante. Vita di Giuseppe Benedetto Labre (2005), Dicono di noi. Il Belpaese nella stampa estera (2005); La pagliuzza e la trave. Indagine sul cattolicesimo contemporaneo (2007). Ha curato il saggio inedito del dirigente comunista Girolamo Li Causi, Terra di frontiera. Una stagione politica in Sicilia 1944-60 (2009).



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Ufficio stampa "Edizioni La Zisa"
via Francesco Guardione n. 5/E, 90139 - Palermo
Tel. +39 091 331104 - fax +39 091 6127870
cell. +39 328 4728708
e-mail: stampa@lazisa.it - http://www.lazisa.it
Blog; http://edizionilazisa.blogspot.com/



libreria: Davide Romano, “Uno spettro s’avanza… Globalizzazione, mafie, diritti e nuova cittadinanza”, Edizioni Ex Libris, pp. 128, euro 8




«Il valore particolare di questo agile volume di Davide Romano sta proprio nella capacità di sintesi di cui l’autore fa mostra nell’affrontare press’a poco tutti i problemi fondamentali della nostra epoca: una capacità di sintesi che rende molto efficace la descrizione, la diagnosi e l’indicazione delle possibili soluzioni delle numerose difficoltà che la società e la politica si trovano oggi a fronteggiare. I processi di globalizzazione e di nuova territorializzazione, e la conseguente crisi degli Stati nazionali, sono posti lucidamente alla base della necessità di ripensare la democrazia sia nel rapporto paritetico tra grandi aggregati sovranazionali (Europa, Nordamerica, America latina...) che nella ridefinizione della città come nuovo luogo della partecipazione civile… ».

«La doppia sfida delle nuove (e diffusissime) povertà e della sostenibilità ambientale del presente modello di sviluppo, viene efficacemente presentata come la matrice della drammatica urgenza dei nostri problemi. La diffusione globale e locale dell’«economia criminale», e quindi delle mafie, viene giustamente enfatizzata come cifra di uno sviluppo economico del tutto sregolato che, esaltato dalla guerra permanente, fa sì che la politica divenga diretta rappresentante del crimine (andando quindi ben oltre il classico rapporto di “scambio politico”) e giunge a creare, in particolare nelle zone di più acuto conflitto, dei veri e propri “stati-mafia”».

«Insomma: tutte o quasi le nostre questioni essenziali sono tratteggiate da Romano in modo da renderne immediatamente percepibili, e quasi tangibili, le dimensioni e la gravità». (dalla Presentazione di Paolo Ferrero)



DAVIDE ROMANO (Palermo), giornalista. Ha scritto e scrive per numerose testate, tra le quali: Il Giornale di Sicilia, Il Mediterraneo, La Repubblica, Centonove, Antimafia2000, L’Ora, La Rinascita della Sinistra, Jesus, Avvenimenti, L’Inchiesta Sicilia, Narcomafie e Riforma. È stato anche fondatore e direttore responsabile del bimestrale di economia, politica e cultura Nuovo Mezzogiorno e del mensile della Funzione Pubblica Cgil Sicilia Forum 98.

Ha pubblicato: L’amore maldestro (2001), La linea d’orizzonte tra carne e Cielo (2003), La buriana e altri racconti (2003), Nella città opulenta. Microstorie di vita quotidiana (2003, 2004), L’anima in tasca (2004), Piccola guida ai monasteri e ai conventi di Sicilia (2005), Il santo mendicante. Vita di Giuseppe Benedetto Labre (2005), Dicono di noi. Il Belpaese nella stampa estera (2005) e La pagliuzza e la trave. Indagine sul cattolicesimo contemporaneo (2007). Ha curato l’antologia Nuova Poesia (2008) e l’opera del dirigente comunista Girolamo Li Causi, Terra di frontiera. Una stagione politica in Sicilia 1944-60 (2009).





Presentazione

Federazione della sinistra.



Il valore particolare di questo agile volume di Davide Romano sta proprio nella capacità di sintesi di cui l’autore fa mostra nell’affrontare press’a poco tutti i problemi fondamentali della nostra epoca: una capacità di sintesi che rende molto efficace la descrizione, la diagnosi e l’indicazione delle possibili soluzioni delle numerose difficoltà che la società e la politica si trovano oggi a fronteggiare.

I processi di globalizzazione e di nuova territorializzazione, e la conseguente crisi degli Stati nazionali, sono posti lucidamente alla base della necessità di ripensare la democrazia sia nel rapporto paritetico tra grandi aggregati sovranazionali (Europa, Nordamerica, America latina...) che nella ridefinizione della città come nuovo luogo della partecipazione civile..

La doppia sfida delle nuove (e diffusissime) povertà e della sostenibilità ambientale del presente modello di sviluppo, viene efficacemente presentata come la matrice della drammatica urgenza dei nostri problemi.

La diffusione globale e locale dell’«economia criminale», e quindi delle mafie, viene giustamente enfatizzata come cifra di uno sviluppo economico del tutto sregolato che, esaltato dalla guerra permanente, fa sì che la politica divenga diretta rappresentante del crimine (andando quindi ben oltre il classico rapporto di “scambio politico”) e giunge a creare, in particolare nelle zone di più acuto conflitto, dei veri e propri “stati-mafia”.

Insomma: tutte o quasi le nostre questioni essenziali sono tratteggiate da Romano in modo da renderne immediatamente percepibili, e quasi tangibili, le dimensioni e la gravità.

Questa sobria capacità di racconto non impedisce all’autore brevi ma istruttivi “affondi” nei dettagli.

È il caso dell’analisi della legislazione e della prassi amministrativa in materia di confisca e riconversione sociale dei beni sequestrati alle organizzazioni criminali. Qui, la minuziosa descrizione dell’evoluzione della normativa (e della sua attuazione) riesce a rendere conto sia degli ostacoli che via via si frappongono alla sua piena efficacia, sia della massa di competenze tecniche, amministrative e sociali che dovrebbero essere mobilitate per esaltare questa efficacia stessa, sia dell’importante valore simbolico e materiale dell’utilizzo dei beni confiscati al fine di ricostruire (e non di distruggere, come vorrebbero le mafie) nuovi e più saldi legami sociali e civili.

Ed è il caso dell’attenzione che l’autore, assai sensibile alle tematiche religiose, dedica al rapporto tra Islam ed economia, territorio assai poco frequentato dalla nostra cultura. Con sguardo reso acuto dalla curiosità intellettuale e dall’assenza di pregiudizi, vengono individuati i tratti fondamentali della “virtuosa economia” dell’Islam, e messe in luce nozioni ignote ai più, come la “tassa islamica” sulle ricchezze inutilizzate, o il divieto della riba (ossia dell’interesse tratto dalla pura attività speculativa). Nozioni che possono spiegare le particolarità di quella dottrina economica, e quindi sia alcuni suoi limiti ed incongruenze, sia il suo apporto al radicamento sociale di un orientamento religioso la cui diffusione viene troppe volte spiegata, dalla nostra mentalità occidentale, col facile ricorso alla categoria dell’«arretratezza» (mentre Romano invita a coglierne la relazione con alcune delle più avanzate pratiche di economia alternativa, come quella del microcredito).

Ma il tema principale del libro, il leit motiv di tutte le sue diverse argomentazioni, è senz’altro quello della democrazia e delle sue nuove forme, una democrazia che diviene la base di quell’umanesimo in cui Romano vede la vera missione dell’Europa del XXI secolo. E nel delineare questa democrazia Romano attinge sia alla più alta tradizione liberale, valorizzando al massimo il ruolo della divisione dei poteri, sia all’apporto del pensiero del movimento operaio in materia di democrazia sostanziale, sia ai motivi più attuali d’una cittadinanza partecipata capace di esercitare una decisione democratica su tutti i più rilevanti punti della convivenza sociale: dalle scelte economiche a quelle ambientali, dalla distribuzione della ricchezza alla gestione di una sicurezza che, se deve divenire, per l’autore, un diritto di rango costituzionale, deve però essere declinata, contemporaneamente, nelle forme dell’efficace politica di contrasto e della costruzione di quei legami sociali che della sicurezza sono precondizione e contenuto. Un approccio particolarmente interessante, quest’ultimo, ad un problema tanto strumentalizzato (e spesso aggravato) dalla destra, quanto ignorato o sottovalutato da ciò che resta della sinistra: prendere sul serio la questione della sicurezza e, nello stesso tempo, modificarne i termini rispetto alle correnti semplificazioni, è senz’altro una delle chiavi per rispondere al grave imbarbarimento del nostro discorso pubblico.

Particolarmente interessanti, infine, e sempre in tema di democrazia, sono le osservazioni offerteci da Romano sul delicato tema della riforma della politica. Qui, come altrove, l’autore non si concede scorciatoie, sia perché chiama in causa anche i movimenti e le associazioni (che, pure, in questi anni hanno mostrato una vitalità spesso assai superiore a quella dei partiti), avvertendoli della necessità di non cullarsi nell’illusione di essere sempre e comunque portatori di innovazione, sia perché non si associa al coro dei liquidatori dei partiti e, forse proprio per questo, indica con rigore le vie di una loro possibile autoriforma. A chi è impegnato nei partiti, infatti, Romano non rivolge generici richiami all’apertura ed al rinnovamento, non chiede semplicemente di “farsi da parte” e di delegare alla società un numero crescente di funzioni, ma suggerisce modifiche radicali proprio nei punti più sensibili, e più importanti al fine di un effettivo rilancio del ruolo dei partiti stessi: i processi di formazione dei gruppi dirigenti, la capacità di definizione programmatica, l’efficacia e la democraticità della struttura organizzativa. Così, entrando nel “cuore” del funzionamento dei partiti, la critica di Romano non si confonde con le ricorrenti demolizioni che, non a caso, distruggono ciò che vi era di “popolare” nei partiti stessi e favoriscono la formazione di strutture leaderistiche e populistiche, ma tenta di disegnare l’immagine di organismi politici forti e adeguati ai mutamenti, capaci di stare al passo con le dinamiche della cittadinanza partecipata, e di sollecitarle.

“È ora di tornare all’impegno politico”, ci dice l’autore: ed è chiaro che l’impegno di cui parla è quello di estendere, rinnovare, rendere più democratiche ed efficaci tutte le forme d’azione oggi presenti, da quelle più tradizionali a quelle che movimenti ed associazioni hanno tumultuosamente sperimentato negli anni più recenti. È l’impegno, a cui tutti siamo sollecitati, a non fare “per” i cittadini, ma “con” essi.

Insomma, le osservazioni di Romano mostrano ad un tempo una realistica comprensione dei limiti attuali della politica ed una sostanziale fiducia nel positivo ruolo di una politica rinnovata: pregio non ultimo di un libro la cui essenzialità è, con tutta evidenza, la concretizzazione di una intensa e lucida passione civile. (Paolo Ferrero, segretario nazionale Prc e portavoce nazionale della Federazione della sinistra).





Prefazione

di Daniele Gallo,

direttore responsabile del mensile di ispirazione cristiana Viator



C’e un magico filo rosso che lega gli articoli, tratti da Viator lungo un percorso di 4 anni, che compongono questo libro: il lettore non ci metterà molto a scovarlo e ad apprezzarlo. A me tocca l’onore di fargliene sentire sommessamente il profumo e indurlo a provarne il desiderio come nelle case inebriate dagli aromi di succulenti sughi, anticipatori di prelibatezze, che esperti cuochi assemblano per sollecitare sopìti appetiti.

Qualche indizio lo possiamo ovviamente scorgere nel titolo e nel sottotitolo, ispirati da carichi da undici, con concetti assoluti come democrazia, umanesimo, diritti dei cittadini. Come se l’Autore avvertisse un pericolo, un disagio, come se si chiedesse a che punto siamo con l’applicazione delle regole democratiche, con la centralità della persona, con la salvaguardia delle spettanze della comunità. Ed ecco prendere corpo l’individuazione della malattia e della sua cura:



“Le democrazie rischiano in sostanza di chiudersi sul versante dei diritti e di lasciare ai soggetti forti dell’economia campo libero nel gestire sempre più spazi di vita, di socialità e di organizzazione politica. È decisivo pertanto trasformare le nostre democrazie, ripensarle radicalmente per verificarne i contenuti di fondo e per rivederne i meccanismi decisionali e partecipativi”.



Riflessioni profonde: come non essere d’accordo, in tempi in cui la politica è degradata a controfigura di se stessa e i giochetti finanziari mondiali agonizzano? Ripensare la democrazia e la sua inspiegabile e drammatica capacità di generare guerre (USA docet), le dinamiche partecipative, la formazione del consenso, l’attenzione alla dimensione solidale e nonviolenta, la salvaguardia dei diritti umani, minacciati da chi li vuole penalizzare o addirittura negare: di tutto questo dovrebbe essere animato il dibattito all’interno della società civile, di tutto questo dovrebbero essere composti gli ordini del giorno sparpagliati sui tavoli di dialogo.

Il filo rosso si dipana sulla denuncia del nostro modo di vivere, di consumare, di atteggiarci a tronfi ospiti di un mondo che non c’è quasi più, depauperato e degradato, senza più energia né futuro, sulla necessità di trovare rapidamente una soluzione vitale che sostenga il pianeta. Se fossero in forma a questo dovrebbero servire la democrazia e la politica matura, a trovare soluzioni, soluzioni vantaggiose per tutti, e non per qualcuno soltanto. E soprattutto ad individuare quelle finalità delineate da “un orizzonte di valori condivisi, fondati sul riconoscimento dei diritti inviolabili della persona” e garantite dalle risorse messe a disposizione dall’economia. Ma sia l’economia che la politica nella sua applicazione democratica stanno vivendo un periodo che tradisce le caratteristiche tipiche “della fase finale”, assalite la prima dalla crisi del capitalismo e dalle sue perverse finzioni e la seconda da una crisi di identità.

Dimostra di saperlo bene Romano quando sottolinea a più riprese il giudizio sul capitalismo riconoscendo che non ha cambiato la sua natura disumana solo perché ha storicamente trionfato sul comunismo. Il sistema delle libertà economiche ha prodotto ricchezza per pochi e povertà per molti. Occorre, scrive Romano, recuperare un «humus etico-politico-culturale che va ricoltivato sia in termini comunitari che individuali. C’è una “questione morale” (non uccidere, non rubare, non mentire) da mettere alla base di ogni scelta politica od opzione culturale».

E fa bene l’Autore a lamentarsi del silenzio che circonda questa fondamentale necessità, un silenzio alimentato anche da chi dovrebbe invece combatterlo, come la Chiesa di Ratzinger, combattuta tra il desiderio di una nuova era e la difesa di posizioni di retroguardia conservatrice. I veri cristiani hanno il compito di alimentare la rete connettiva fra ideali e prassi, impegno derivante da una coscienza di valori morali intangibili, fondamentale nel combattere “la resistenza all’overdose di realismo dei mercanti che ostacola ogni vera profezia sul mondo”.

Sono tanti i punti toccati dalle lucide analisi dell’Autore, dall’accesso all’informazione alla normativa dei brevetti, dalla lotta strutturale contro l’Aids alla distribuzione delle risorse. Comun denominatore quello di “essere dalla parte della soluzione” e non del problema, di dare il proprio contributo a migliorare una società in asfissia. Il cinico obietterà che non sarà certo un saggio (nella duplice accezione di aggettivo e sostantivo…) a cambiare le cose ma Davide Romano è intenzionato a fare interamente il suo dovere di rabdomante di acqua nuova. Come nel caso in cui suggerisce soluzioni per ripensare anche la città ed un nuovo concetto di cittadinanza al passo delle nuove e diversificate esigenze sociali, con l’obiettivo di fronteggiare un conservatorismo di ritorno, intriso di “strabismo”: da una parte pretende una “tolleranza zero” con i responsabili dei reati contro il patrimonio, quasi sempre appartenenti a strati sociali modesti, e dall’altra consente una “tolleranza mille” verso i reati di tipo finanziario, ben più rilevanti e vigliacchi.

Occorre dunque una nuova formulazione del welfare locale che aiuti a superare il disagio delle città e soprattutto delle periferie gestite spesso con noncuranza dalle amministrazioni locali alle quali si “accompagna un’azione di governo che, se da un lato pone in essere politiche fiscali vantaggiose per i più privilegiati, dall’altro taglia sistematicamente le risorse destinate a rilanciare lo sviluppo delle zone depresse delle città e a salvaguardare lo stato sociale”.

Ma non tutto è opaco: da cuore sensibile ed attento osservatore del fenomeno mafioso l’Autore ci regala un sorriso proprio nella ruga più profonda e devastante della società. Nelle due riflessioni dedicate alla mafia sono nascoste un’illuminazione ed una constatazione. La prima è legata alla consapevolezza che la lotta alla criminalità organizzata viva soprattutto di due ingredienti base: la legalità e lo sviluppo, armonizzati insieme per originare una nuova società e, con essa, una partecipazione attiva dei cittadini organizzati lecitamente e orientati a favorire una nuova cultura che alimenti la stessa base e il vertice.

La seconda si riferisce al successo ottenuto dall’aggressione ai patrimoni delle mafie: l’efficacia del loro utilizzo produttivo e sociale costituisce una delle più significative vittorie che il nostro sistema democratico è riuscito a conseguire nel contrasto alla criminalità organizzata; il modello della trasformazione dalle dinamiche del Male a quelle del Bene rappresenta, sia a livello sostanziale che a livello educativo e simbolico, l’icona profetica della possibilità redentrice dell’Oscurità. (Daniele Gallo, direttore responsabile del mensile di ispirazione cristiana Viator)




Girolamo Li Causi, “Terra di Frontiera. Una stagione politica in Sicilia 1944-1960”. A cura di Davide Romano. Presentazione di Italo Tripi. Prefazione di Oliviero Diliberto, ed. La Zisa, pagg. 224, euro 9,90 (ISBN 978-88-95709-28-4)




Questa opera inedita di Girolamo Li Causi, terminata nel 1974, e non più rivista dall’Autore, è una lunga riflessione critica, ed autocritica, sull’attività svolta dal PCI e dalle classi dirigenti siciliane, negli anni della ricostruzione post-bellica, dai mesi immediatamente successivi allo sbarco delle truppe anglo-americane sino alla formazione dei governi Milazzo. Un arco di tempo lungo un quindicennio, durante il quale Li Causi assolse anche l’incarico di segretario regionale del partito. Da questo suo osservatorio privilegiato emerge il ritratto vivo e spesso pungente di uomini e vicende che hanno segnato la storia passata e presente dell’Isola.



GIROLAMO LI CAUSI (Termini Imerese 1906 - Roma 1977) è stato uno dei massimi dirigenti nazionali del Partito comunista italiano, al quale aderì giovanissimo poco dopo la sua fondazione. Parlamentare per diverse legislature, è stato per alcuni anni vice presidente della Commissione nazionale antimafia. Collaboratore e direttore di numerosi periodici, ha pubblicato: Il lungo cammino. Autobiografia 1906-1944, Roma, Editori Riuniti, 1974.



Presentazione

di Italo Tripi



Il merito di ridare oggi voce ad un uomo politico come Girolamo Li Causi non risiede soltanto nella ricognizione storica di un periodo straordinariamente importante come il quindicennio 1944-1960, ma serve anche a mettere in luce il profilo e la consistenza di un politico lungimirante e tenace nel sostenere le ragioni di una scelta.

Il sempre più diffuso bisogno di “ritorno alla Storia” è indicativo delle difficoltà che stiamo attraversando e serve a recuperare il senso di un percorso, di un cammino, di una storia appunto che ci riguarda, ci appartiene.

La selezione degli scritti ad opera del curatore del libro che presentiamo mostra per intero la sua efficacia perché riesce a dare il senso di una stagione politica così ricca di avvenimenti che hanno visto la Sicilia al centro della storia nazionale come nel caso dello straordinario movimento contadino, della nascita del “partito nuovo” e la scelta autonomistica, della lotta alla mafia e dei riverberi a Portella della Ginestra dello scacchiere internazionale caratterizzato dalla cosiddetta “guerra fredda”.

La figura di Girolamo Li Causi emerge in tutta la sua brillantezza e, come nel caso dell’attentato del 16 settembre 1944 a Villalba, mette in mostra non solo l’acume politico ma anche la caratteristica umana di chi con coraggio e coerenza parla al cuore delle persone e fa muro alla furia criminale e assassina della mafia.

Muro che, fra l’altro, ha visto in decine di sindacalisti della Cgil i mattoni di una costruzione che della liberazione dal giogo politico mafioso ne ha fatto il presupposto dell’azione politica.

La lettura dei testi in appendice conferma in pieno le qualità dell’uomo Girolamo Li Causi e riassume le tappe più significative del decennio in questione.

Non posso tacere, in conclusione, che la Sicilia di oggi – afflitta da un grave declino delle sue classi dirigenti e segnatamente di quella politica e da una ostinata separatezza dal resto d’Italia – ha bisogno di ritrovare il bandolo della sua storia per capire come e dove orientare il cammino futuro, per dare fiducia e vigore alle nuove generazioni e impulso ad una stagione di profondi e ineluttabili cambiamenti.

Italo Tripi



Prefazione

di Oliviero Diliberto



Gli anni raccontati da Girolamo Li Causi in questo straordinario libro sono quelli decisivi della Repubblica italiana, quelli che l’hanno indelebilmente segnata, ne hanno condizionato il futuro sviluppo: anni che pesano ancor oggi. Dal 1944 al 1960, accade infatti praticamente tutto. La fine della guerra e la vittoria sul nazi-fascismo; la formazione dei primi governi democratici di unità nazionale e la successiva esclusione delle sinistre da essi; l’Assemblea Costituente e la nascita della Costituzione; l’attentato a Togliatti; la sconfitta delle sinistre nel ’48 e il centrismo; l’avanzata del Pci e delle sinistre a prezzo di lotte, politiche e sociali, grandi e terribili; le conseguenti repressioni di Scelba; la legge-truffa, e poi ancora la crisi del centrismo, le prime avvisaglie del nascente centro-sinistra, e infine la formazione dei governi Milazzo alla Assemblea regionale siciliana, resa possibile da una spaccatura all’interno della Democrazia cristiana, e la conseguente estromissione temporanea di questo partito dalle leve del potere.

In questi primi anni si coglie soprattutto la fine di una stagione di speranze aperta dalla Resistenza, la constatazione che la classe dirigente sceglie allora di non rompere decisamente con il passato, di non voltare pagina – anche e soprattutto per via del contesto internazionale, il mondo diviso in due blocchi, la guerra fredda degli anni più cupi –, in un continuiamo deteriore tra passato e presente, tra apparati dello Stato gravemente collusi con il regime fascista e riciclati, a vario titolo, in quelli della nuova Repubblica. I nemici di ieri diventano “utili” in quel momento per contrastare i nuovi nemici, i comunisti: e certo non solo in Italia. Le conseguenze di quelle scelte sciagurate, in Sicilia come nel resto del Paese, le paghiamo ancor oggi.

Li Causi racconta tutto ciò da un’ottica particolare, ma decisiva: la Sicilia del dopoguerra. L’autore narra, da protagonista, la battaglia contro la mafia, la connessione tra Stato, malavita organizzata, economia forte, le incursioni dei servizi americani. Oggi, tutto ciò ci appare più evidente. Sono emersi documenti, testimonianze, i fatti si delineano nella loro gravità e complessità: ma in Li Causi – attore protagonista tra i più importanti del periodo, a livello siciliano e nazionale – l’analisi è sin da quegli anni di una lucidità che oggi appare straordinariamente lungimirante. Aveva già chiaro tutto. E lo diceva.

L’autore – è quasi superfluo dirlo, ma forse non è inutile sottolinearlo in questi tempi di perdita colpevole di memoria – è stato personaggio leggendario. Incarcerato nel 1928 dopo la condanna a 20 anni di reclusione comminata dal tribunale speciale del fascismo, liberato nel ’43, è subito tra i capi della Resistenza nel Nord Italia, poi dirige il partito e le lotte per l’occupazione delle terre (e non solo) in Sicilia, è autorevole parlamentare e membro della direzione nazionale del Pci.

Popolarissimo e amatissimo tra le masse, Li Causi è l’alfiere della lotta contro la mafia, quando in certi ambienti politici (e giornalistici) essa non si poteva neppure nominare, negandosi addirittura la sua esistenza. Li Causi accusava apertamente di connivenza con la mafia i vertici dei partiti di governo in Sicilia, ad iniziare ovviamente dalla Dc, parlava delle collusioni con Cosa Nostra: lo faceva quando pochissimi, isolatamente, osavano farlo. Le prove giudiziarie sono venute a galla solo nei processi più recenti. Ma quelle politiche erano già allora di fronte agli occhi di chi voleva vederle. Li Causi univa dunque la capacità, straordinaria, di conoscenza e di analisi, ad un eccezionale coraggio.

Emerge a tutto tondo la figura di Li Causi comunista. Ma anche di Li Causi siciliano. Di quella Sicilia che ha dato straordinarie figure di dirigenti, nel corso dei decenni, al Pci nazionale, ma che ha visto protagonisti anche migliaia di donne e uomini meno noti o sconosciuti, militanti e dirigenti locali, politici e sindacalisti, che hanno dedicato al riscatto della propria Isola tutta la loro vita, non di rado mettendola concretamente a repentaglio e talvolta perdendola, proprio in nome e per via delle battaglie antimafia. Un nome per tutti: Pio La Torre.

Guttuso – altro siciliano illustre – amava ripetere, con la civetteria dei siciliani colti e cosmopoliti, che anche quando dipingeva una mela, c’era dentro la Sicilia. Se la portava dietro ovunque fosse e qualunque cosa facesse. Saudade isolana, ma anche coscienza della propria identità forte, delle radici che non si recidono, di valori che urlano dentro di sé. Ed è proprio in Sicilia che Li Causi matura alcune delle sue convinzioni più profonde, ad iniziare dall’adesione senza tentennamenti, e da subito, alla svolta togliattiana del ’44, la nascita del partito nuovo, capace di unire sempre la protesta alla proposta, l’identità e le alleanze. Li Causi è sempre attento all’unità delle masse, mai velleitario, nemico giurato del massimalismo. Egli crede e si batte per un partito che aderisse pienamente ai valori e ai principi della nuova Costituzione, scegliendo di tenere uniti democrazia e socialismo.

Li Causi fu dirigente comunista di prima grandezza. Pieno di umanità e partecipazione personale ai drammi del sottosviluppo, della povertà, dell’emarginazione sociale. In lui, nelle sue pagine, si avverte come prioritaria gli appaia la lotta contro le ingiustizie, i soprusi, le prepotenze dei potenti contro gli umili: Manzoni avrebbe detto le soperchierie. Passione politica, dunque, unita sempre alla tensione morale. Ma dal libro si chiarisce anche che nei comunisti siciliani la battaglia per la legalità e quella per il riscatto sociale non siano mai astrattamente scisse, anzi esse appaiono indissolubili tra loro: pena la sconfitta su entrambi i terreni.

Un esempio, dunque, ancora oggi vivissimo. Queste riflessioni politiche inedite, che commentano e si incrociano con alcuni passi significativi della sua vicenda autobiografica postbellica, sono quindi utili, feconde, istruttive. Ne dobbiamo essere grati ai brillanti curatori, che allegano anche pagine particolarmente struggenti, come le lettere di Li Causi dal carcere e le testimonianze dei compagni e dei dirigenti del Pci, seguite alla sua scomparsa.

Concludendo la lettura, mi viene spontaneo pensare (ripensare, ancora una volta) allo scioglimento di quel partito – il Pci – al quale Li Causi e intere generazioni di comunisti in Italia hanno dedicato l’intera propria vita. Anche questo straordinario libro, infatti, testimonia la grandezza e i meriti storici di quella comunità di donne e uomini che lo costituivano. Vi ho riflettuto con amarezza.

Ma è motivo di ottimismo e di speranza pensare anche che questo libro possa esser letto, e meditato, da una generazione ancor più giovane: quella che viene dopo la mia e non ha conosciuto il Pci, per un ovvio fatto anagrafico. A questi giovani, che oggi hanno vent’anni, e nascevano quando crollava il Muro di Berlino, questo libro insegna che ciò che è stato fatto era giusto farlo e che i comunisti italiani sono stati i protagonisti della lotta per la democrazia, la legalità, l’emancipazione del popolo: in definitiva, per un’Italia migliore.

In definitiva, questo libro ci insegna, ancora una volta, quanto sia straordinariamente vitale il vecchio principio che i filosofi ci ripetono da un migliaio di anni. Noi, oggi, riusciamo a vedere più lontano di chi ci ha preceduto non perché siamo più bravi, ma semplicemente perché siamo nani issati sulle spalle di giganti.



Oliviero Diliberto





"La pagliuzza e la trave. Indagine sul cattolicesimo contemporaneo" di Davide Romano
Presentazione di Marcelle Padovani
Prefazione di Anna La Rosa
Con un contributo di don Vitaliano della Sala
(La Zisa, pp. 152, euro 12,00)

Recensione di Maurizio Rizza

C’è un demone maligno che agita sotterraneamente la chiesa cattolica, soprattutto in Italia, dove maggiore è stata fino ad og-gi la sua egemonia culturale, e, per molti versi, la sua ingerenza nelle vicende politiche dello Stato: un rancoroso spirito di rival-sa verso quella parte della società che cerca affannosamente di conquistare, una volta per tutte, più larghi spazi di sana e laica libertà.
Siamo oggi ad un punto cruciale di un lungo tragitto iniziato agli albori degli anni Novanta del secolo scorso, in concomitan-za con la dissoluzione del partito della Democrazia cristiana, che per un cinquantennio era stato, con alti e bassi, il punto di riferimento e lo scudo protettivo delle gerarchie ecclesiastiche reazionarie e dei ceti sociali più oltranzisti, che in nome di un distorto principio ecumenico di fede, avevano imposto le loro regole di vita anche a coloro che cattolici non erano e non vole-vano esserlo. Sarebbe qui troppo lungo elencare tutte le male-fatte che i cattolici nostrani hanno compiuto a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, in ogni branca della vita pubbli-ca, dall’economia alla scuola, dalla giustizia all’ordine pubbli-co, dalla sanità alla cultura, dalla negazione dei più elementari diritti civili al degrado delle grandi realtà urbane come dei pic-coli centri delle aree interne. Ma una cosa non va sottaciuta, proprio perché all’origine di tutti i mali che oggi attraversano la nostra società: l’intollerabile livello di illegalità diffusa nel qua-le siamo sprofondati, non di rado con il concorso esplicito del mondo cattolico, sempre pronto a dare generose e sollecite co-perture a chi, in nome dell’anticomunismo fino a qualche anno fà, e contro la libertà di coscienza oggi, ha gestito le leve del potere politico ed economico.
Mentre in quest’ultimo quindicennio il mondo occidentale, perfino molti paesi del Sud-America governati fino a non molto tempo addietro da sanguinarie dittature reazionarie appoggiate apertamente dal Vaticano, ha saputo dare risposte adeguate alle richieste modernizzatrici che provenivano da ampi strati della società civile, respingendo al mittente le pesanti accuse che provenivano dalle curie nazionali e dalla centrale romana, nulla di tutto questo è avvenuto in Italia, dove sono addirittura a ri-schio quelle poche conquiste laiche ottenute dopo anni di este-nuanti battaglie civili, come il divorzio e l’aborto.
Il fatto è che il papa e la sua corte di vescovi e cardinali, di monache e sacerdoti, non hanno smesso di considerare l’Italia come un feudo personale, e la nascita dello Stato nazionale co-me la usurpazione di un suo diritto inalienabile. E con quest’ottica hanno fatto crescere una parte considerevole dei lo-ro fedeli, i quali credono che la loro concezione del mondo sia l’unica giusta e valida per tutti, e che tutti debbono ad essa sog-giacere, volenti o nolenti. Sono essi i paladini della tolleranza quando la chiesa cattolica viene osteggiata in qualche parte del mondo, e contemporaneamente i crociati della intolleranza quando si tratta di porre dei veti a chi crede in principi appena diversi dai loro. Riesce loro difficile capire che la libertà è un bene che non ha colore politico né appartenenza religiosa, e che il rispetto delle minoranze è una salvaguardia anche per coloro che appartengono alla maggioranza.
Purtroppo l’Italia ha sofferto per secoli il monopolio cattoli-co delle fede, in parte accettato per piaggeria o per convenienza, per abitudine o ignoranza, e in parte ottenuto con l’uso della forza, attraverso minacce, ricatti, delitti, persecuzioni di ogni tipo, comminati dai tribunali dell’Inquisizione fino al Settecen-to, e con altri strumenti, meno violenti, ma non per questo meno repressivi, nei secoli successivi. Una pratica costante e minu-ziosa che ha colpito e colpisce anche coloro che ad un certo momento della loro vita sacerdotale hanno deciso di appendere all’attaccapanni l’abito talare. Sono tante piccole angherie che vengono fatte possare sotto silenzio, mentre i mezzi di comuni-cazione di massa sono pronti e proni ad esternare l’apparato co-reografico della chiesa trionfante che si celebra ogni domenica nella piazza di San Pietro. Non sono ammesse critiche all’operato delle eminenze tonacate che ogni giorno sproloquia-no dai diversi pulpiti che gli vengono offerti su piatti d’argento. Tolleranza agli intolleranti, purché l’Italia resti quel paese semi-feudale che è.
Un osservatorio privilegiato per conoscere lo stato della chiesa cattolica odierna è quello siciliano, dove tutte le contrad-dizioni che l’agitano, sono espresse all’ennesima potenza. Qui operano, è vero, sacerdoti e gruppi cattolici che esprimono po-sizioni diverse, spesso coraggiose, più aperte al mondo che li circonda. I loro nomi sono conosciuti anche fuori dei confini nazionali, ma la loro fama, bisogna riconoscerlo una volta per tutte, e di gran lunga superiore alla loro reale incidenza nella società nella quale operano. L’obbedienza alla chiesa, purtrop-po, impedisce alla loro azione quella carica eversiva che poten-zialmente potrebbero esprimere. Non sono degli eretici, e non essendolo le loro parole si perdono nel vuoto, o, nel migliore dei casi, raggiungono coloro che per altra via già si sono collo-cati sulla stessa lunghezza d’onda.
Di quel che accade nel cattolicesimo siciliano, e non solo, un attento e appassionato osservatore è Davide Romano, uno dei pochi giornalisti liberi che ancora esistono in Italia, e che mi auguro tale resti finché avrà voglia di fare questo mestiere, an-che se la libertà potrà fargli pagare prezzi salati. In Italia, in Si-cilia, abbiamo bisogno di libertà, che è quella voglia di raccon-tare sempre e dovunque quel che accade attorno a noi, smasche-rando le imposture, le ipocrisie, i malandrinaggi che giornal-mente si commettono, soprattutto da parte di coloro che si pre-sentano o vengono presentati con l’austera aureola della santità e con le roboanti insegne del potere.
Un piccolo spaccato di questo mondo, falso e bugiardo, spu-dorato e tracotante, che vede insieme prelati e politici, lo si leg-ge in un suo volumetto da pochi giorni in libreria (La pagliuzza e la trave. Indagine sul cattolicesimo contemporaneo, presenta-zione di Marcelle Padovani, prefazione di Anna La Rosa, La Zisa, pp. 152, Euro 12,00), che si avvale di un contributo di Don Vitaliano Della Sala, l’ex parroco di Sant’Angelo a Scala, in provincia di Avellino, rimosso dal suo incarico per aver scel-to di seguire nella sua testimonianza di fede il Cristo dei Vange-li e non la curia di Roma.
Bisogna leggerlo questo libro, tutti, siciliani e non. I temi af-frontati non riguardano, infatti, questioni prettamente regionali, come a prima vista potrebbe sembrare. In quest’isola, infatti, tutto diventa chiaro, anche le cose più confuse e impenetrabili, basta soltanto guardarsi intorno e aver voglia di capire. Qui più che altrove la chiesa è tradizionalmente collusa col potere, cor-rotto e corruttore, anzi è essa stessa potere, sempre uguale da secoli. In questa terra ha dato prova evidente del suo fallimento, soprattutto laddove essa pretende di interpretare i bisogni e le aspettative dei cittadini in ordine alla solidarietà sociale e alla famiglia. A meno che non si vogliano considerare tali le elargi-zioni di sussidi, elemosine e altre similari iniziative. Non di questo hanno bisogno i cittadini, ma del sostegno fermo e in-condizionato a tutte le battaglie per il riconoscimento dei diritti ad una esistenza dignitosa e pienamente integrata nel contesto sociale. Su questo versante rimane invece sorda e muta. Sinto-matiche, al riguardo, sono le sue prese di posizione sulla legge che intende regolarizzare le coppie di fatto.
Lo stesso discorso si può e si deve fare sulla questione dell’impegno della chiesa nella lotta alla mafia, che ancora og-gi, nonostante l’anatema di papa Giovanni Paolo II e di pochi prelati, e le coraggiose iniziative di qualche sacerdote finite, purtroppo, tragicamente, non ha minimamente intaccato la tra-cotante connivenza di esponenti politici, soprattutto cattolici, con questa organizzazione criminale. C’è da chiedersi se e fino a quale punto la chiesa, nel suo complesso, abbia le carte in re-gole per alzare la voce, incutere timore e mobilitare le coscien-ze. Alla prova dei fatti non mi sembra. Occorrerebbe una dirit-tura morale che la chiesa non ha, non ha mai avuto, e non avrà mai fino a quando essa stessa non sarà immune da quella ricerca di favori, da quelle compromissioni materiali di cui è solita pa-scersi con abbondanza. Tanto che non sembra del tutto peregri-na la constatazione da taluni sollevata che una cosa è la chiesa cattolica, altra cosa è il messaggio di Cristo.
Di tutto questo il libro di Davide Romano offre una docu-mentazione ricca, circostanziata ed inoppugnabile. Al punto che viene da domandarsi se non sia necessario, per salvare l’Italia, divorziare una volta per tutte dalla chiesa cattolica. E forse, così facendo, salvare anche la chiesa da una lenta ed inesorabile morte per ignominia.



C’era una volta il Belpaese
Recensione del volume “Dicono di noi.
Il Belpaese nella stampa estera” di Davide Romano

di Maurizio Rizza

Si sa che la stampa estera, che è poi lo specchio fedele del comune sentire dei Paesi di riferimento, ha avuto spesso da ridire su certe inveterate abitudini degli italiani, come, per esempio, la mancanza di puntualità, il poco rispetto per le istituzioni, una certa superficialità nella gestione della cosa pubblica, e quel modo un po’ sbarazzino nel tenere fede agli impegni, soprattutto quelli di carattere internazionale. E pure ammirandone la bellezza dei monumenti e l’incanto dei paesaggi, nella maggioranza dei casi questi osservatori non hanno mai mancato di rimarcare la propria difficoltà a considerare l’Italia come un possibile luogo di residenza per un tempo superiore a quello di una vacanza.

Certo la mentalità incide molto sul giudizio, ma è fuor di dubbio che noi stessi, al di là di ogni ragionevole spirito campanilistico, e pur considerando che anche altrove sono presenti gravi e seri problemi al pari del nostro Paese, abbiamo spesso motivo di ritenerci insoddisfatti della vita che conduciamo. Siamo però coscienti, almeno quelli come noi che abbiamo occhi per vedere ed orecchie per ascoltare, che se le istituzioni non funzionano come dovrebbero, se i servizi peccano sovente di una buona dose di impreparazione o peggio di inefficenza, causando non di rado ferite profonde agli utenti come nel caso della sanità, la colpa va equamente divisa con i cittadini che non hanno il coraggio di ribellarsi e di pretendere una migliore qualità della vita.

È, questo, il filo conduttore di un agile volumetto (Davide Romano, Dicono di noi. Il Belpaese nella stampa estera, Presentazione di Rosalinda Camarda, Prefazione di Giuseppe Apprendi, La Zisa, pp. 104, E. 10,00) che raccoglie alcune interviste rilasciate all’autore da alcuni giornalisti stranieri che per vari motivi sono venuti nel nostro Paese, e talvolta anche in Sicilia, negli ultimi anni. Si tratta, per lo più, di giornalisti moderati, talora accreditati preso la Santa Sede, come: Pauline Valkenet, olandese, corrispondente della rete televisiva “RTL Nieuws” e del quotidiano “Truw”; Mathilde Schwabeneder volto assai noto dell’emittente austriaca “Osterreichischer rudfunk”; Anne Le Nir, francese, autrice di numerosi e apprezzati servizi per “Radio France International” e per il giornale cattolico “La Croix”; l’italo-americana Costanza Barone del canale televisivo “CBS-News”; Aleksandra Bajka, vaticanista della radio polacca “RMF”; l’altoatesina Doris Ladstaetter; l’olandese Ewout Kieckens; e Sebastian Cresswell-Turner, autorevole firma del giornale conservatore inglese “Daily Telegraph”.

Taluno di loro ha il proprio appunto da fare, – ma senza acrimonia, anzi con affetto e amicizia –, spesso dovuto alla propria cultura o allo stile di vita abituale, ma tutti sono concordi nel riconoscere che il nostro Belpaese negli ultimi anni, in quella che noi genericamente potremnmo definire l’età di Berlusconi, è notevolemente peggiorato come immagine di sé nel contesto internazionale. Anche l’attuale opposizione di centro-sinistra si è lasciata purtroppo imbastardire dall’andazzo generale. Non è riuscita, tranne qualche rara eccezione, ad offrire un volto dell’Italia nobile e serio. Del resto, basta guardare la nostra televisione, quella pubblica (non tutta, per fortuna) e quella privata (con rarissime, lodevoli eccezioni), come giustamente è stato osservato, per avere un’idea della volgarità e della ciarlataneria che ci circonda.

E, sinceramente, ci fa male il cuore se pensiamo che per secoli questa nostra terra ha dato al mondo uomini come Dante Alighieri, Michelangelo Buonarroti, Giuseppe Verdi, Galileo Galilei, Leonardo da Vinci, Pier Paolo Pasolini, Luchino Visconti, Federico Fellini, Leonardo Sciascia, Renato Guttuso, o come Giuseppe Mazzini, Camillo Benso di Cavour, o, più recentemente, Antonio Gramsci, Alcide De Gasperi ed Enrico Berlinguer. Quell’epoca forse è finita. Oggi ci dobbiamo sorbire i protagonisti del “Grande Fratello” o della famigerata “Isola dei famosi”, i tanti giornalisti che vendono il proprio onore per lauti compensi, certi spocchiosi intellettuali (almeno tali considerati, secondo aberranti logiche di mercato) che contrabbandano per cultura miserabili interessi di bottega, o uomini politici che starebbero meglio nel museo degli orrori per non parlare di quelli che sarebbe meglio confinare nelle patrie galere.

Proprio sul versante della legalità l’Italia manifesta crepe profonde, che negli ultimi tempi si sono maggiormente accentuate. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e i tanti come loro che hanno pagato con la vita per dare un senso al bisogno di giustizia e di onestà della parte migliore del nostro Paese, che allora amava far sentire la propria voce e che adesso silenziosa è stata o si è messa all’angolo, sono un ricordo lontano. Non è forse la caccia al magistrato indipendente e deciso lo sport preferito di numerosi e ben individuabili gruppi dirigenti nazionali? E che dire di quei milioni di nostri connazionali che credono veramente che la libertà sia sinonimo di impunità? O che la democrazia sia una merce di cui si può fare a meno, che si può tranquillamente delegare a chi ci fa balenare davanti agli occhi la conquista a buon mercato di sogni impossibili?

Non è un caso, dunque, che l’Italia si trovi oggi negli ultimi posti delle classifiche mondiali in ciò che è positivo, e nei primi posti in ciò che è negativo. Il guaio peggiore, però, è che i commenti salaci dei nostri visitatori non riescono più a toccarci. Ci siamo messi in un tunnel, che probabilmente ci toccherà percorre fino in fondo, prima di accorgerci del rischio a cui stiamo andando incontro.

Quel giorno il libro di Davide Romano sarà ripescato dall’oblio, e qualcuno, bontà sua, ci verrà a dire che un giorno, tempo addietro, qualcuno, vedendo giusto e in anticipo, ci aveva ammonito, col sorriso sulle labbra. Speriamo, fortemente speriamo, che non sarà troppo tardi per riprendere la giusta via.



"Piccola guida ai monasteri e ai conventi di Sicilia"
di Davide Romano
(ed La Zisa, pagg. 32, € 5)

«Gli ospiti che arrivano siano accolti tutti come se fossero Cristo», così scriveva nella sua Regola San Benedetto, il padre del monachesimo occidentale. E da allora credenti e non, tutti sono bene accetti nei numerosi conventi e monasteri che punteggiano il paesaggio della Sicilia. Sono sempre di più, infatti, i laici che, in fuga da ritmi di vita sempre più disumani e alienanti delle nostre città, decidono di staccare per un po’ la spina passando qualche giorno fra le mura delle case religiose, ormai vuote di farti e monache – per la cronica e irreversibile mancanza di vocazioni -, in cerca di pace, di silenzio e di qualcuno che li aiuti a fare il punto sulla propria vita.

Moda passeggera, allora, o segnale di un disagio sempre più profondo che coinvolge ormai sempre più persone? Solo il tempo saprà dirlo. L’unica cosa certa, per adesso, è che il fenomeno non accenna a diminuire e che qualche convento è addirittura talvolta costretto ad affiggere, come gli alberghi durante la stagione alta, il cartello “completo”.

La “Piccola guida ai monasteri e ai conventi di Sicilia” (pagg. 32, € 5) di Davide Romano, che l’editore La Zisa di Palermo manda in questi giorno in libreria, vuole essere un agile vademecum per chi vuole approcciarsi per la prima volta a questo tipo di esperienza o per chi, avendola già provata, ha il desiderio di scoprire, visitare e vivere luoghi nuovi.

L’agile volumetto, corredato da alcune belle foto di ambienti e di momenti di vita monastica, è completato da alcune schede (“La vita come gratuità”, “Le giornate dei monaci”, “Pochi consigli di galateo monastico” e “Dizionarietto per chi va in convento”) che aiutano il lettore ad orientarsi in un mondo sempre affascinante e regolato da consuetudini e riti secolari.
 

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